Home CucinaLa nuova vita del gin in Campania: il distillato mediterraneo che parla dialetto

La nuova vita del gin in Campania: il distillato mediterraneo che parla dialetto

by Valentina Papandrea

C’è una nuova voce nel panorama enogastronomico. Non arriva da una vigna né da un caseificio, ma da piccoli alambicchi. È la voce del gin, un distillato che sta vivendo una stagione inaspettata, fatta di sperimentazione, ritorno alle radici botaniche e ricerca di un’identità territoriale che va oltre la moda passeggera.

Per decenni, il gin è rimasto ai margini del gusto mediterraneo. Troppo freddo, troppo nordico, troppo legato a un’immagine britannica fatta di nebbie e club esclusivi. Poi qualcosa è cambiato. Prima nei cocktail bar delle grandi città, poi nei laboratori artigianali, il gin ha cominciato a parlare un’altra lingua. E col tempo ha trovato un dizionario tutto suo, fatto di erbe selvatiche, agrumi, fiori spontanei e vento di mare. Il cuore di questa rinascita sta nella possibilità stessa del gin: quella di essere ogni volta diverso. A differenza di altri distillati, il gin nasce da una base alcolica neutra, alla quale si aggiungono botaniche, cioè piante aromatiche che ne determinano il profilo. Questa caratteristica lo rende perfetto per raccontare un territorio, perché ogni luogo ha il suo bouquet naturale, le sue erbe, i suoi profumi.

Si distillano usando scorze di limone, foglie di alloro, rametti di rosmarino, fiori di ginestra, semi di finocchietto selvatico, bacche di mirto. Qualcuno sperimenta anche con il fico d’india, con la lavanda marina, con il sale. Tutto quello che la terra e il clima rendono disponibile diventa una possibile nota aromatica.

Non c’è un unico stile né una ricetta dominante. Ogni gin è un piccolo manifesto: uno vuole evocare una passeggiata in costiera al tramonto, un altro ricorda le domeniche al mercato di paese, un altro ancora ha il profumo della cucina delle nonne. Alcuni restano secchi e lineari, altri sono morbidi, floreali, perfino dolci. Alcuni cercano la purezza, altri spingono sull’effetto sorpresa.

Accanto alla produzione, cresce anche la cultura del consumo. I gin locali non sono pensati solo per il classico gin tonic, ma anche per la degustazione liscia, come si fa con un amaro o un distillato di pregio. Vengono abbinati a formaggi stagionati, salumi di razze autoctone, conserve, cioccolato. Alcuni ristoranti iniziano a proporre pairing tra portate e gin, giocando con temperature, infusi, profumi. Anche i bartender campani stanno rispondendo a questa tendenza. Sempre più spesso, nei cocktail d’autore, entrano gin che provengono dal territorio, dando vita a miscelazioni che raccontano la regione in modo diverso dal solito. Non solo limoncello, non solo vermouth o amari: il gin diventa un ponte tra innovazione e memoria, tra botanica e alcol, tra bar e natura. È una piccola rivoluzione silenziosa, che cresce ai margini dei circuiti industriali. Una rivoluzione fatta di passione, studio e ritorno alla terra. E che, forse, racconta qualcosa di più ampio: il desiderio di una Campania che non si accontenta di replicare modelli, ma li reinventa. Che prende un prodotto nato altrove e lo rende proprio, gli cambia l’accento, lo carica di storia e di profumi antichi. Un gin che, più che ubriacare, racconta. E che non si beve solo con il palato, ma con tutti i sensi.