C’è un momento della giornata in cui le cose smettono di succedere. Il lavoro rallenta, il traffico cambia ritmo, i pensieri si spostano dai doveri ai desideri. Succede quasi sempre intorno a quell’ora indecisa in cui non è più pomeriggio ma nemmeno ancora sera. Ed è lì, proprio lì, che scatta il bisogno collettivo di un gesto: ordinare da bere.
Che sia un bicchiere di vino, un cocktail preparato con poca convinzione o un analcolico vagamente fruttato, l’importante è che qualcosa arrivi sul tavolo. Insieme a quel bicchiere, puntualmente, compare anche una frase. Nessuno la pronuncia davvero, ma è lì: “Brindiamo”.
A cosa? A niente, spesso. Eppure si brinda lo stesso.
L’aperitivo ha perso da tempo la sua funzione originaria: non è più un antipasto, né un momento per stimolare l’appetito. È diventato un codice sociale, un rifugio e un linguaggio non verbale per dire “ho bisogno di staccare”, ma anche “voglio ancora sentirmi parte di qualcosa”.
Sedersi a un tavolino, ordinare da bere, stuzzicare qualcosa. Il gesto di sollevare un bicchiere è diventato un modo per prendersi una pausa simbolica da tutto quello che ci gira intorno.
Non importa se c’è davvero qualcosa da festeggiare. L’importante è fare finta che ci sia.
Ciò che sorprende è che nessuno si lamenta di questa finzione. Anzi. L’aperitivo funziona proprio perché non pretende più di avere uno scopo. È come un teatro a cielo aperto in cui ogni persona recita il ruolo che preferisce: l’amico brillante, la collega stanca, l’innamorato distratto, il solitario con lo sguardo nel vuoto.
In un’epoca dove tutto deve essere “utile” o “produttivo”, l’aperitivo è uno dei pochi momenti ancora deliberatamente inutili. E questo lo rende prezioso.
Ci si incontra per un aperitivo anche quando non si ha nulla da dire. O, meglio, proprio perché non si ha nulla da dire. È uno spazio che non pretende profondità, ma la consente. Che non obbliga alla leggerezza, ma la incoraggia.
È la condivisione di un vuoto: non ci raccontiamo grandi cose, ma ce le beviamo addosso.
Ogni sorso è una piccola sospensione dalla giornata e in quella sospensione, forse, troviamo la parte più autentica delle relazioni umane: quella che non ha bisogno di motivazioni per esistere. Che non deve spiegarsi per valere qualcosa, che semplicemente accade e Il brindisi vale come gesto di resistenza.
Forse, in fondo, continuiamo a brindare perché è un modo per resistere. Al rumore, alla corsa, alla pressione costante di dover essere “qualcosa”.
Un brindisi, anche se vuoto di significato, è pieno di umanità. È un piccolo atto di ribellione dolce. Un modo per dire: “ci sono, sei qui, va bene così”.
E così, ogni giorno, verso quell’ora incerta, ci ritroviamo lì, davanti a un bicchiere, a brindare a tutto e a niente. Forse alla normalità, forse al fatto che, almeno per oggi, siamo sopravvissuti al calendario. E non è poco.
Aperitivo come rito sociale: perché continuiamo a brindare anche quando non c’è nulla da festeggiare?
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