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TikTok è il nuovo Google? Come cambia il modo di informarsi tra i giovanissimi

by Valentina Papandrea

Negli ultimi anni, TikTok è passato da semplice piattaforma di intrattenimento a spazio in cui si cercano risposte, spiegazioni, opinioni e contenuti informativi di ogni tipo. Sempre più giovani, soprattutto nella fascia tra i 14 e i 24 anni, utilizzano il social cinese non solo per divertirsi, ma per informarsi su temi legati all’attualità, alla salute, alla politica, alla cultura e perfino alla scienza. Una dinamica che sta trasformando il rapporto tra le nuove generazioni e la conoscenza, al punto che in molti casi TikTok viene utilizzato come alternativa a Google o a YouTube nella fase iniziale di una ricerca. Il fenomeno ha iniziato ad attirare l’attenzione anche dei giganti del tech. Lo stesso Google ha ammesso che, tra gli utenti più giovani, c’è un calo dell’uso della sua funzione di ricerca testuale a vantaggio di piattaforme come TikTok e Instagram. Per chi è cresciuto in un ambiente digitale ipervisivo e immersivo, cercare un contenuto scritto appare meno immediato rispetto a scorrere un feed video dove la risposta, o qualcosa che vi assomiglia, arriva in pochi secondi e con un linguaggio più diretto, colloquiale, vicino al proprio modo di esprimersi.

Ma l’immediatezza ha un prezzo. Quando un video su TikTok appare come risposta a una domanda, non c’è alcuna garanzia sulla sua attendibilità. A differenza dei motori di ricerca tradizionali, che privilegiano (almeno in teoria) fonti più autorevoli, TikTok premia l’engagement e l’attrattività visiva. Questo significa che contenuti ben montati, magari recitati con convinzione o accompagnati da una musica coinvolgente, possono godere di grande visibilità anche se veicolano informazioni false, fuorvianti o completamente inventate. Il problema della disinformazione su TikTok non è teorico, ma già evidente in numerosi ambiti. Negli Stati Uniti, ricerche indipendenti hanno dimostrato che digitando parole chiave legate alla salute mentale, alla pandemia o alla geopolitica, tra i primi risultati compaiono spesso contenuti con affermazioni infondate o non supportate da dati verificabili. Lo stesso sta accadendo in Europa, dove le autorità stanno cercando di capire come regolamentare una piattaforma che sfugge ai meccanismi tradizionali di controllo dell’informazione. L’algoritmo di TikTok, basato sulla profilazione comportamentale e sull’analisi dell’interazione, tende inoltre a chiudere gli utenti in una bolla. Se una persona interagisce con un certo tipo di contenuto — ad esempio notizie cospirazioniste o teorie pseudoscientifiche — il sistema continuerà a proporne di simili, rafforzando convinzioni già preesistenti. Questo meccanismo rende difficile per un giovane utente entrare in contatto con opinioni diverse o con contenuti che potrebbero mettere in discussione le proprie idee.

Non tutto è negativo, ovviamente. Esistono creator seri e preparati che utilizzano TikTok per fare divulgazione in modo chiaro ed efficace, riuscendo a raggiungere un pubblico che raramente si avvicinerebbe ai canali informativi tradizionali. Alcune istituzioni hanno persino aperto profili ufficiali per parlare ai giovani nel loro stesso linguaggio, cercando di bilanciare la mole di contenuti superficiali con strumenti educativi. Ma si tratta ancora di un terreno sperimentale, in cui le regole sono poche e le responsabilità, spesso, restano individuali. La questione centrale non è tanto se TikTok debba essere demonizzato, quanto se la scuola, i media e le famiglie siano attrezzati per aiutare i giovani a orientarsi in questo nuovo ecosistema informativo. Pensare che basti dire “non è una fonte attendibile” non funziona più: la realtà è che per molti adolescenti TikTok è già, di fatto, una fonte. Il punto è capire come costruire gli strumenti per leggere criticamente ciò che si incontra su quel canale, distinguere tra contenuto virale e contenuto valido, tra intrattenimento e informazione.

L’educazione digitale non può più essere rimandata o ridotta a qualche ora extracurriculare. È ormai una competenza civica di base, necessaria per vivere in una società dove la verità non si impone più con l’autorevolezza della fonte, ma si guadagna la visibilità secondo le regole dell’algoritmo. E in questo nuovo paradigma, saper cercare bene è quasi più importante del trovare.