Socrate al Caffè e Giovanna Di Giorgio ripartono dopo la pausa natalizia su Rcs75 con l’intervento di Alessandro Turchi, figura poliedrica conosciuta come preside dell’Istituto ProfAgri di Salerno dal 2013, fondatore della rivista online CGmagazine.it e presidente nazionale dell’associazione Solo Dirigenti, associazione che annovera fra gli iscritti i dirigenti scolastici di sedici regioni italiane.
Il tema del dialogo di quest’oggi è l’ossessione del merito – un merito premiato con bonus economici, un merito assegnato su basi nebulose, un merito che nel nostro Paese non viene privilegiato, come affermato dallo stesso Turchi in studio. «È già strano parlare di merito in un Paese, ma soprattutto in una Regione che dovrebbe recuperare tanti ragazzi con alle spalle problematiche importanti,» afferma il dirigente. «Siamo agli ultimi posti in Europa nonostante i tanti fondi spesi ì per le quattro regioni più coinvolte dal fenomeno della dispersione scolastica. Solo in parte siamo riusciti a rimediare.»
Il merito sembra essere, secondo l’analisi del dirigente, il cavallo di battaglia del nuovo governo. «Questo sembra un governo molto attento all’ideologia, quindi la parola merito accontenta un certo tipo di elettorato che legge soltanto i titoli di giornali e dà importanza all’ordine, alla disciplina e al merito,» dichiara Turchi.
L’esame di stato, i voti, i bonus in denaro: questi dovrebbero essere i parametri secondo i quali viene misurato il merito in Italia. Ma sono ancora reale espressione delle conoscenze e delle competenze dei giovani? «Il voto finale è costituito da tanti fattori, ma non è assolutamente rappresentativo dell’interezza della cultura e delle conoscenze di uno studente,» afferma. «Riservare il bonus Cultura ai 100 – voto non difficilissimo da ottenere in Italia – significa negare una possibilità agli altri studenti.»
Le idee del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara in merito alle “necessarie” umiliazioni che gli studenti dovrebbero subire per formarsi al meglio sono state successivamente rettificate. Ma Alessandro Turchi ha un’idea precisa sulle dinamiche della dichiarazione: «In realtà il ministro lo pensa, perché fa parte di un governo che ha delle gerarchie ben precise. Chi è povero, chi vive un disagio, per lui è condannato all’umiliazione.»

