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D.W. Griffith: alle origini del linguaggio narrativo della settima arte

L'autore che diede forma al linguaggio del cinema moderno, tra rivoluzione estetica e contraddizioni ideologiche.

by Aurelia Santoro

Esistono momenti nella storia dell’arte in cui una disciplina cambia natura. Non si tratta di un progresso improvviso, né del risultato dell’intuizione isolata di un singolo autore, ma di una lenta sedimentazione di esperienze che, a un certo punto, trovano qualcuno capace di ricomporle in una forma nuova. Il cinema attraversa uno di questi momenti nei primi anni del Novecento. Nato come curiosità tecnica, cresciuto come attrazione spettacolare e poi come strumento capace di mettere in scena mondi fantastici, avvertiva ormai l’esigenza di emanciparsi dalla semplice successione di immagini per diventare qualcosa di più ambizioso: un linguaggio in grado di raccontare storie, costruire emozioni e organizzare il tempo secondo una logica tutta propria.

È in questo passaggio che la figura di David Wark Griffith assume un’importanza decisiva.

La sua grandezza non consiste nell’aver inventato il cinema, come una certa vulgata ha spesso sostenuto, né nell’essere stato il primo a utilizzare il montaggio, il primo piano o il cambio d’inquadratura. Molte di queste soluzioni erano già apparse negli anni precedenti, sperimentate, spesso in maniera intuitiva, dai pionieri che avevano contribuito alla nascita del nuovo mezzo. Il merito di Griffith è di altra natura e, proprio per questo, molto più profondo. Egli comprese che tutte quelle possibilità espressive acquistavano un significato autentico soltanto quando venivano pensate come parti di un unico sistema narrativo. Il cinema non era più una semplice successione di vedute o di scene autonome: diventava un racconto costruito attraverso la relazione tra le immagini.

La rivoluzione di Griffith, dunque, non è tecnica prima ancora che artistica; è concettuale. Per la prima volta ogni scelta di regia viene subordinata alla narrazione. La posizione della macchina da presa, la distanza dai personaggi, il ritmo del montaggio, la luce, la recitazione e perfino la durata delle inquadrature cessano di essere elementi indipendenti e iniziano a concorrere alla costruzione di un’unica esperienza narrativa. Lo spettatore non osserva più semplicemente ciò che accade davanti ai suoi occhi, ma viene guidato all’interno del racconto con una precisione fino ad allora sconosciuta. Lo spazio cinematografico si espande, il tempo si contrae o si dilata, l’emozione nasce dalla relazione tra le immagini e non più dalla loro semplice presenza sullo schermo.

Questa trasformazione non nasce improvvisamente con The Birth of a Nation o con Intolerance, opere che hanno consegnato Griffith alla storia del cinema. Al contrario, affonda le proprie radici negli anni trascorsi alla Biograph, autentico laboratorio creativo nel quale il regista realizzò centinaia di cortometraggi sperimentando instancabilmente le possibilità offerte dal nuovo linguaggio. Ogni film rappresentava un’occasione per mettere alla prova una soluzione narrativa diversa: la costruzione della suspense attraverso il montaggio alternato, l’uso del primo piano come strumento psicologico, la progressiva articolazione dello spazio filmico, il controllo del ritmo mediante la durata delle inquadrature, la capacità di orientare costantemente lo sguardo dello spettatore.

Osservando oggi opere come The Lonely Villa, The Lonedale Operator, The Girl and Her Trust, The Musketeers of Pig Alley o A Corner in Wheat, si ha la sensazione di assistere alla nascita di una forma espressiva che prende coscienza di sé. Film dopo film, Griffith affina un metodo che non si limita a rendere il racconto più chiaro, ma modifica profondamente il rapporto tra lo spettatore e l’immagine. Il pubblico non occupa più una posizione fissa, come davanti a un palcoscenico teatrale; viene invece condotto all’interno dell’azione, invitato ad avvicinarsi ai volti dei personaggi, a condividere la loro paura, a percepire la simultaneità di eventi che si svolgono in luoghi differenti, fino a dimenticare la frammentazione stessa su cui il cinema è costruito.

La forza del suo linguaggio risiede proprio in questa apparente naturalezza. Il montaggio, pur diventando il principio che organizza l’intero racconto, tende a scomparire agli occhi dello spettatore. Ogni raccordo è pensato affinché il passaggio da un’inquadratura all’altra venga percepito come inevitabile, quasi spontaneo. Il film crea così l’illusione di uno spazio continuo e di un tempo omogeneo, anche se entrambi sono il risultato di una costruzione estremamente sofisticata. È questa trasparenza narrativa che diventerà il fondamento del cinema classico hollywoodiano e che, per oltre mezzo secolo, influenzerà il modo stesso di concepire il racconto cinematografico.

Quando Griffith realizza The Birth of a Nation nel 1915, tutte queste sperimentazioni raggiungono una maturità sorprendente. Il film rappresenta una svolta epocale non tanto perché introduca tecniche nuove, quanto perché dimostra come il cinema possa sostenere una narrazione ampia, articolata e psicologicamente complessa. La Storia e le vicende individuali si intrecciano all’interno di un unico disegno narrativo, le scene di massa convivono con l’intimità dei primi piani, il montaggio alternato costruisce un crescendo di tensione destinato a diventare uno dei modelli più influenti della storia del cinema.

Eppure è impossibile guardare quest’opera limitandosi ad ammirarne la perfezione formale. The Birth of a Nation resta anche uno dei film ideologicamente più controversi mai realizzati. La rappresentazione della Guerra Civile americana e della Ricostruzione si fonda su una visione apertamente razzista, che legittima il suprematismo bianco e trasforma il Ku Klux Klan in un presunto protagonista salvifico. È una ferita che attraversa ancora oggi il film e che impedisce qualsiasi celebrazione acritica del suo autore. La grandezza del linguaggio cinematografico elaborato da Griffith convive con una visione della storia profondamente distorta, ricordandoci che l’innovazione estetica non coincide necessariamente con il progresso morale.

Forse è proprio questa contraddizione a rendere Griffith una figura tanto complessa quanto imprescindibile. Studiare il suo cinema significa confrontarsi con uno dei momenti più decisivi della storia della settima arte, ma anche interrogarsi sulla responsabilità delle immagini, sul loro potere di orientare lo sguardo e di costruire un immaginario collettivo. Nessun linguaggio è innocente, soprattutto quando raggiunge un’efficacia espressiva così straordinaria.

Con Intolerance, realizzato appena un anno dopo, Griffith porta questa ricerca a un livello ancora più ambizioso. Quattro storie ambientate in epoche lontanissime vengono intrecciate attraverso un montaggio che supera la semplice simultaneità degli eventi e costruisce una riflessione universale sulla violenza, sul fanatismo e sulla ripetizione dell’intolleranza nel corso della storia. È un’opera che guarda oltre il proprio tempo e che dimostra come il cinema possa non soltanto raccontare il mondo, ma anche interpretarlo, mettere in relazione esperienze lontane e affidare alle immagini un pensiero capace di attraversare i secoli.

A più di cento anni di distanza, il lascito di David Wark Griffith continua a interrogare chiunque si occupi di cinema. Le forme narrative che oggi consideriamo naturali, dalla costruzione della suspense all’organizzazione dello spazio, dalla centralità del primo piano fino alla continuità del montaggio, trovano nella sua opera una delle loro più importanti sistemazioni. Ma la sua eredità non si esaurisce nelle innovazioni tecniche. Griffith rappresenta il momento in cui il cinema comprende definitivamente di poter essere un’arte del racconto, capace di dare forma al tempo, alle emozioni e alla memoria collettiva. Una conquista straordinaria che continua a vivere sullo schermo, accompagnata dalla necessità, altrettanto imprescindibile, di osservare criticamente le idee che quelle stesse immagini hanno contribuito a diffondere.