Home AmbienteL’altra faccia del chilometro zero: quando la filiera corta non è sostenibile

L’altra faccia del chilometro zero: quando la filiera corta non è sostenibile

by Valentina Papandrea

Negli ultimi anni, il concetto di chilometro zero ha conquistato il linguaggio del cibo. Appare sui menù dei ristoranti, sulle etichette dei prodotti, nelle narrazioni di mercati e aziende agricole. Evoca una promessa di sostenibilità, autenticità e rapporto diretto con il territorio. Ma dietro questa immagine rassicurante si nasconde spesso una realtà più complessa, fatta di contraddizioni, limiti strutturali e ambiguità comunicative. Il principio di base è chiaro. Accorciare la filiera significa ridurre le distanze tra chi produce e chi consuma, tagliando trasporti, intermediari e inquinamento. Ma nella pratica, il chilometro zero non è sempre sinonimo di minore impatto ambientale. Alcuni prodotti locali richiedono l’uso di serre riscaldate artificialmente, impianti energivori o trattamenti intensivi per crescere fuori stagione. In questi casi, il costo energetico e ambientale di ciò che si consuma può superare quello di un prodotto importato ma coltivato in modo più efficiente.

Un altro nodo riguarda la scala produttiva. Le piccole aziende locali non sempre hanno accesso a tecnologie sostenibili o a pratiche agricole rigenerative. In molti casi, operano con margini ristretti, facendo ricorso a forme di lavoro precario o sfruttato, spesso legato alla stagionalità. Il fascino della filiera corta può così diventare una copertura per condizioni di produzione che poco hanno a che vedere con l’etica e la responsabilità sociale. A livello logistico, la frammentazione delle consegne da parte di piccoli produttori può aumentare l’impatto dei trasporti. Veicoli non ottimizzati, viaggi frequenti e mancanza di coordinamento rendono difficile una reale riduzione delle emissioni. Paradossalmente, una rete di distribuzione ben organizzata su scala più ampia può risultare più sostenibile di una somma disordinata di micro-spostamenti locali.

C’è poi la questione della trasparenza. Il termine chilometro zero non ha una definizione legale univoca. Viene usato in modo flessibile, a volte improprio, alimentando una percezione di virtuosità che non sempre corrisponde ai fatti. Alcuni prodotti etichettati come locali provengono da decine di chilometri di distanza, altri vengono lavorati in loco ma coltivati altrove. Il rischio è che l’etichetta diventi un semplice strumento di marketing, svuotato di significato. Tutto questo non significa negare il valore delle produzioni locali o delle relazioni dirette tra consumatori e produttori. Al contrario, evidenzia la necessità di andare oltre gli slogan. Sostenibilità non è solo una questione di prossimità geografica, ma di pratiche, processi e trasparenza. Non tutto ciò che è vicino è automaticamente giusto. E non tutto ciò che viene da lontano è per forza sbagliato. Per costruire un sistema alimentare davvero responsabile, serve uno sguardo più critico e informato. Serve riconoscere che la distanza non è l’unico parametro che conta. E che la filiera corta, per essere davvero sostenibile, deve essere anche equa, efficiente e coerente con i principi che dichiara di rappresentare.