Home AttualitàLAVORO NEGATO: LA CRISI OCCUPAZIONALE CHE AFFLIGGE LE DONNE

LAVORO NEGATO: LA CRISI OCCUPAZIONALE CHE AFFLIGGE LE DONNE

Il mercato lavorativo italiano è da sempre caratterizzato da precarietà e un tessuto economico che negli anni si è andato indebolendo. Questo fenomeno è ancor più preoccupante in riferimento all’ occupazione femminile che manifesta enormi criticità per diversi fattori.

by Rossella Noschese

OCCUPAZIONE IN CRESCITA NEL 2024 MA NON PER LE DONNE

Oggi in occasione del primo maggio festa dei lavoratori è bene ricordare che l’ art.1 della nostra costituzione sancisce che l’ Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L’ art. 3 stabilisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Un grande flagello in tal senso è la disparità occupazionale, salariale e di trattamento offerto oggi alle donne dal mondo del lavoro. Rimuovere gli ostacoli non vuol dire solo uguaglianza ma garantire a tutti i soggetti, qualsiasi sia la loro condizione, di poter accedere ad uguale diritto al lavoro e trattamento.Siamo ben lontani da ciò e questo articolo vuole essere un faro (seppur minuscolo) sulla situazione in cui versano molte donne oggi.

Molto lavoro sul tema è stato fatto ma è ancora insufficiente come si evince dai dati che andremo a evidenziare. C’ è da chiedersi quali possano essere le migliori strategie da adottare per far si che un diritto fondamentale come questo venga reso effettivo.

DISPARITA’ OCCUPAZZIONALE: TRA TERRITORIO E UE

Secondo il rapporto ISTAT del 2025, nel 2024, pur con alcuni segnali di rallentamento, prosegue la dinamica positiva del mercato del lavoro, con la crescita dell’occupazione. Tale dinamica positiva, rappresenta tuttavia una goccia nell’ oceano dell’ampio divario occupazionale con l’Europa: infatti il tasso di occupazione femminile in Italia risulta inferiore di 12,6 punti alla media Ue, rimanendo il valore più basso tra i ventisette stati dell’Unione Europea e molto distante dalla maggior parte dei paesi. Ad ampliare ulteriormente i divari si aggiungono le marcate disparità territoriali, che si sommano a quelle generazionali, per cittadinanza e per livello di istruzione, infatti al Nord sono occupate il 62,4% delle donne con un’età compresa tra 15 e 64 anni, quota che scende al 60,8% nel Centro e diviene poco più di un terzo nel Mezzogiorno (36,9%).

TALENTO SPRECATO!! L’ ISTRUZIONE FEMMINILE NON SI TRADUCE IN LAVORO

Le donne in ambito lavorativo sono maggiormente penalizzate nonostante mediamente abbiano un maggior livello d’ istruzione e mostrano una più marcata propensione a proseguire gli studi dopo il diploma. Un’analisi ISTAT rivela che per l’anno accademico 2022/2023 si conferma la maggiore presenza femminile sul totale degli immatricolati. Sono donne, infatti, il 55,5% di coloro che si iscrivono per la prima volta all’università nei corsi di laurea di I livello e di laurea magistrale a ciclo unico. Anche qui però c’ è da segnalare una disparità: nonostante la presenza femminile sia in aumento nel gruppo Architettura, Ingegneria civile, Informatico,dell’Ingegneria industriale e dell’informazione, rimanere decisamente più contenuta nella maggior parte dei corsi dell’area cosiddetta STEM, che continua a rimanere a prevalenza maschile.Se genericamente l’occupazione aumenta con l’aumentare del livello d’ istruzione, per quanto riguarda l’occupazione femminile non sempre è così. Come si evince dagli indicatori che misurano i ritorni nel mercato del lavoro, che sono generalmente peggiori per le donne, il maggior investimento nell’istruzione non si traduce in un vantaggio lavorativo.

NON SOLO SALARI: LE DIVERSE CONDIZIONI CONTRATTUALI CHE SVANTAGGIANO LE DONNE

La distribuzione degli occupati nei diversi profili del 2024 fa emergere ancora una volta le forti differenze di genere: se tra gli uomini circa sette occupati su dieci possono contare su un lavoro standard (dipendente a tempo indeterminato o autonomo con dipendenti), le occupate in questa stessa situazione sono poco più della metà (53,9%). Quasi un quarto delle donne che lavorano – quasi 2 milioni e mezzo – presenta elementi di vulnerabilità, come la condizione di dipendente a termine o collaboratore part time.Quindi a incidere ulteriormente sulla differenza tra uomini e donne è il fatto di svolgere un lavoro a orario ridotto, non per scelta!! Ciò comporta anche un’insufficiente e precaria durata dei rapporti di lavoro, ed è anche il principale fattore responsabile di livelli retributivi individuali insufficienti. Nonostante i progressi, la posizione delle donne sul mercato del lavoro è ancora oggi fortemente condizionata da processi di “segregazione” che conducono a una distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini. Nel 2023 circa la metà dell’occupazione femminile risulta concentrata in sole 21 professioni, mentre per gli uomini questo valore raggiunge ben 53 professioni.

Sul totale delle disoccupate, quelle in cerca di lavoro da un anno o più, le cosiddette “disoccupate di lunga durata”, rappresentano la maggioranza (il 54,3%). La maggior parte delle donne inattive non solo non cerca un’occupazione, ma si dichiara anche non disponibile a lavorare: circa 1,3 milioni. Approfondendo le ragioni dell’inattività, emerge che sono le motivazioni familiari la principale causa dell’impossibilità ad avere un impiego stabile.Questo fattore di svantaggio è tanto più evidente se consideriamola scarsità di servizi di assistenza per la prima infanzia, ma anche qui vi è una forte disparità a livello territoriale: mentre nelle regioni del Nord e del Centro il tasso di occupazione delle madri supera o sfiora il 70%, nel Mezzogiorno si attesta poco sopra il 40%. La presenza di almeno un figlio minore ha un effetto negativo sui tassi di occupazione femminile in tutte le aree del Paese. Ancor più evidente quando i figli minori sono più di uno, specialmente nel Mezzogiorno, dove la quota di occupate tra le madri con figli minori si ferma al 42,0%.

LAVORO E IMPRENDITORIALITA’ FEMMINILE: LE DONNE FANNO FATICA A FARE IMPRESA?

La situazione lavorativa italiana è ancor più drammatica se volgiamo lo sguardo all’ imprenditorialità femminile. Nel 2022solo il 28,8% del totale delle imprese è a gestione femminile. Ciò è evidenza della forte e persistente sottorappresentazione femminile nel settore: quasi 7 imprese su 10 sono di proprietà maschile. Le imprese paritarie invece, in cui cioè la proprietà è equamente divisa tra uomini e donne, rappresentano una componente del tutto residuale del totale (1,6%). Le imprese femminili sono mediamente più giovani di quelle maschili: il 41,6% ha al massimo 5 anni di vita. Questo è indice di una forte componente culturale nella monopolizzazione maschile che da tempo predomina in questo settore e che negli ultimi anni si sta cercando di scardinare. L’ assenza d’ imprese rosa è doppiamente drammatica, perché secondo un’analisi, questo tipo d’ imprese tende ad occupare maggiormente donne. Ciò aiuta anche a mitigare il fenomeno della disoccupazione femminile fornendo anche più facilmente benefit aziendali e condizioni che permettano alle lavoratrici di svolgere serenamente il proprio lavoro.

Di Rossella Salvi